Come si forma l’attaccamento

Come si forma l’attaccamento

L’attaccamento tossico non è la causa, ma la conseguenza di qualcosa di più profondo che trova espressione attraverso comportamenti morbosi e ossessivi.

Tuttavia, per comprendere quanto appena detto, è doveroso fare qualche passo indietro e approfondire i processi inconsci che vivono dietro le quinte della mente umana e che, in modo subdolo, vanno ad attivare il cosiddetto attaccamento malato.

 

L’ORIGINE DELL’ATTACCAMENTO

 

Mediamente, la tendenza dell’uomo è quella di vivere profondi stati di infelicità che lo conducono ad esperire grandi fratture dentro sé stesso.

Tuttavia, il motivo di queste spaccature non sono tanto da ricercare nella sua mancanza di potenziale, ma nei suoi irrisolti che, come dei pesi, lo tengono ben piantato a terra.

Questi irrisolti sono come sbarre che imprigionano l’uomo dentro cicli karmici dolorosi e che, di conseguenza, vanno a togliere potere al suo principale centro vitale: il cuore. (Vedi: Il karma spiegato in parole semplici)

Quando un cuore si chiude per via di ferite e irrisolti emotivi, la tendenza sarà quella di faticare a provare gioia e amore verso qualsiasi cosa.

La vita perderà di colore, le sfumature si faranno più scure e il senso di ogni cosa comincerà ad assumere un contorno sempre più negativo.

Ma attenzione, perché l’ego dinanzi a una tale infelicità non cercherà di rimboccarsi le maniche per risolvere i suoi irrisolti, ma si proietterà all’esterno per cercare di compensare i suoi buchi emotivi con qualcosa di materiale o, perlomeno, con qualcosa di esterno a lui.

Il movente sarà questo: “Se io non riesco a stare bene, allora vorrà dire che sarà l’esterno a farmi stare bene“.

Il problema, tuttavia, è che più ci convinceremo di questo, più cominceremo a idealizzare l’esterno e a vederlo come la soluzione di ogni nostro male, aprendo le porte all’attaccamento malato.

Responsabilizzeremo le cose esterne di qualcosa di impossibile e, finendo vittime di questa illusione, tenderemo ad attaccarci come tubetti di colla a ciò che bramiamo o possediamo.

Pertanto, più il buco è profondo, più il bisogno di compensazione sarà maggiore e, quindi, l’attaccamento e l’ossessione per l’oggetto bramato sarà altrettanto grande.

 

L’ASINO E L’ATTACCAMENTO

 

Per fare un’analogia, quando ci attacchiamo alle cose e ne diventiamo ossessionati, tendiamo a fare la fine dell’asino che è costretto ad arrancare dietro ad una carota che penzola davanti al suo naso.

L’asino non decide dove andare, segue la carota perché quello è tutto ciò che vuole. È lì che sta il suo mondo.

Ed è assurdo se ci si pensa perché basterebbe che smettesse di seguire quella carota per andare dove vuole lui, per liberarsi dall’illusione in cui vive.

Ma malgrado questo preferisce rimanere dentro questo gioco inesorabile che lo consuma, che lo prosciuga, che lo rende schiavo di questo circolo vizioso.

A tal proposito, una volta un antico saggio disse: “Distacco non significa che tu non devi possedere nulla, ma che niente deve possedere te” .

Ed è questo quello che dovremmo comprendere: smettere di proiettare sulla carota aspettative, idealizzazioni e bramosie in modo da sciogliere l’attaccamento che ci lega ad essa e riconoscere una volta per tutte che niente può riuscire a darci quello che non riusciamo dare a noi stessi.

Anche perché cibare e compensare un buco emotivo è impossibile poiché una ferita è come un buco nero senza fondo.

Puoi darli qualsiasi cosa da mangiare ma nel giro di poco tempo finirà sempre per digerire tutto e per volere qualcosa di più sostanzioso.

Se per esempio prima riuscivi a sentirti appagato con un certa quantità di soldi, vedrai che con il tempo questa cifra non basterà più per soddisfare il tuo buco e ti chiederà ancora più soldi, più entrate pur di riempire questo pozzo senza fondo.

Tuttavia, se la vita non ti permetterà di soddisfare le richieste economiche del tuo “abisso emotivo”, vai tranquillo che il tuo buco avanzerà pretese diverse ma ugualmente funzionali al suo bisogno di appagarsi e di riempirsi con qualcosa di esterno. Magari ripiegherà sul cibo, sull’alcohol, sui possessi materiali, sul sesso e via discorrendo. Ma sempre su qualcosa di esterno, sempre.

 

ATTACCAMENTO  E DIPENDENZA

 

Una tra le tante verità che si fatica a voler vedere e ad ammettere a noi stessi è che siamo sempre alla costante ricerca di qualcosa che possa farci sentire vivi.

Le droghe, il sesso, la competizione, le relazioni, il cibo… sono tutte cose che l’uomo cerca di sfruttare per poter percepire emozioni che non riesce a sentire quando è in compagnia di sé stesso.

Il punto, però, è che siccome i buchi emotivi inghiottono tutto ciò che gli viene dato loro in pasto, non ci potrà mai essere qualcosa di esterno che potrà riuscire a riempire questi pozzi senza fondo.

Quello che riceveremo da queste cose, al massimo, saranno solo picchi di benessere momentanei che andranno a consumarsi nel giro di poco tempo e che ci lasceranno solo con la voglia di ripetere quell’esperienza in modo da riavere indietro quella dose di gioia e vitalità che abbiamo vissuto in passato.

Per questo, infatti, quando entriamo in questo circolo vizioso sarà facile finire dentro la ruota del criceto e diventare dipendenti da tutte quelle cose che ci procurano momentanee sensazioni di beatitudine generale.

Pertanto, più responsabilizzeremo l’esterno del nostro benessere interno, più l’attaccamento andrà ad accentuarsi. E più l’attaccamento si accentuerà, più la dipendenza accrescerà.

Ecco qua uno degli schemi radice di tantissime sofferenze umane: la deresponsabilizzazione, l’attaccamento malato e la dipendenza emotiva.

 

L’ATTACCAMENTO NELLE RELAZIONI

 

Di solito quando ci relazioniamo con qualcuno con la quale sentiamo una connessione profonda, il cuore si apre e l’amore comincia a pervadere ogni poro del nostro essere.

Il motivo è che l’innamoramento stimola così tanto la chimica del corpo e dei centri interiori da portarci in uno stato di beatitudine molto prolungato che difficilmente riusciamo a vivere con altre cose esterne.

Questa fase è la cosiddetta “luna di miele“, in cui due persone si frequentano dagli occhi dell’amore e non dalle loro ferite. Tutto funziona alla perfezione e niente è fuori posto.

Ma c’è di più, perché con il risvegliarsi di questo potente centro cardiaco non solo vediamo il partner dagli occhi amorevoli, gioiosi e beati del cuore, ma cominciamo a filtrare l’intera vita da questa meravigliosa prospettiva.

E’ come se venissimo folgorati da un fascio di luce potentissimo che ci riscalda, ci appaga e ci fa scordare di tutti i nostri problemi.

Ma attenzione, perché l’uomo non avendo mai vissuto una simile esperienza, tenderà inconsciamente a credere che l’amore sia qualcosa che provenga dall’esterno e non dal suo interno.

Cioè, si convincerà che l’amore, nonostante sia qualcosa che percepisce dentro di sé,  possa essere vissuto solo grazie a qualcuno di esterno e non grazie a sé stesso.

Ed è da qua che cominciano a crearsi i primi strati di attaccamento malato verso l’altro. Cioè quella convinzione viscerale che “io posso stare bene solo se ci sei tu accanto a me”

Ecco che allora, lentamente e in modo subdolo, sarà facile cascare nella trappola della deresponsabilizzazione, finendo per responsabilizzare il partner della nostra felicità poiché “tu puoi darmi quell’affetto, quell’amore, quella gioia e quella dolcezza che io sono sempre stato incapace di darmi”.

 

ATTACCAMENTO MALATO E ATTACCAMENTO SANO

 

Per quanto l’attaccamento sia una delle principali fonti di sofferenza, pensare che questo sia a priori qualcosa di negativo e nocivo è totalmente fuorviante.
La verità è che è impossibile non provare alcun tipo di attaccamento verso qualcuno con la quale abbiamo stretto un rapporto profondo.
È normale e del tutto naturale sentire uno strappo interno quando qualcuno di importante prende una strada diversa dalla nostra, come è normale e del tutto naturale soffrire se tale rapporto comincia a corrodersi e a peggiorare nel tempo. Non siamo macchine bioniche, ma esseri umani.
Tuttavia, se i più grandi saggi ci hanno lasciato in eredità numerosi avvertimenti sulle conseguenze nefaste che può causare l’attaccamento, è perché erano consapevoli delle dinamiche oscure che può far emergere un attaccamento mal direzionato.
Infatti, la qualità dell’attaccamento non dipende tanto dalla sua natura intrinseca, ma da quale dimensione interiore emerge e si sviluppa: se dal cuore o dalle parti ombra dell’ego-personalità.
L’attaccamento sano, che si sviluppa dal cuore, ci porta ad affezionarci e a provare sinergia, affetto e un naturale senso di connessione profonda con l’altro.
La relazione diventa un percorso condiviso fondato sulla fiducia e l’accettazione, e non sulla gelosia e l’idealizzazione esagerata.
Ben diverso, invece, è l’attaccamento tossico, il quale è direttamente proporzionale alla quantità di materiale ombra che una persona tiene dentro di sé. Più una persona conserva al suo interno roba irrisolta, più questa tenderà a trasformare un rapporto sano in un rapporto tossico e morboso.
Sposterà il suo baricentro sull’altro per bisogno di compensare i suoi vuoti e, questo, la porterà a perdere sé stessa in atti e azioni totalmente disconnessi dal suo cuore, dal vero amore incondizionato. (Vedi: Il corpo di dolore dell’Anima)

 

 

ATTACCAMENTO E INCAPACITA’ DI LASCIARE ANDARE

 

Un altro lato negativo dell’attaccamento malato è la difficoltà di distaccarsi da tutte quelle relazioni che ci fanno stare male o che, perlomeno, non sono più funzionali al nostro percorso evolutivo.

Il motivo di fondo è che quando stiamo insieme a qualcuno, tendiamo a idealizzarlo e a renderlo il nostro centro di gravità o, per dirla peggio, lo spacciatore della nostra “droga emotiva”.

Nonostante l’evidente infattibilità del rapporto, si preferisce rimanere aggrappati a una relazione infelice piuttosto che farsi da parte e lasciarla andare definitivamente.

La ragione di fondo è la paura: la paura di perdere quella potenziale droga che ci veniva procurata dalla presenza del partner e che ci permetteva di sentirci un minimo vivi e gioiosi.

Meglio litigare tutti i giorni che rimanere da soli faccia a faccia con i propri irrisolti.

Meglio aggrapparsi con tutte le forze a uno scoglio che ci sta tagliando le mani, piuttosto che lasciarsi andare con fiducia alla Vita, la quale sa sempre dove condurci per la nostra migliore evoluzione animica.

Il pensiero di fondo è questo: ” Se io lo lascio, non so se ritroverò mai una persona che possa farmi sentire vivo come mi fa ha fatto sentire lui. E se io non troverò qualcuno che mi faccia sentire vivo sono destinato a vivere nell’infelicità generale“.

Ecco la trappola per eccellenza che si attiva nella mente e che, per forza di cose, si ripercuote sul corpo emotivo e sulle azioni esterne: la paura del cambiamento e quindi dell’ignoto.

L’ego, per paura di ritornare a faccia a faccia con i suoi mostri irrisolti, farà presa su questo timore ancestrale per tenerti ben fermo nell’immobilismo e quindi bloccato in quel porto sicuro che vede nella relazione.

Ma ricorda che questo è tutto un modo di auto-sabotarti e di tenerti ben lontano da quel possibile cambiamento che potrebbe metterti di fronte a quelle responsabilità che hai sempre cercato di evitare: guarire te stesso una volta per tutte.

 

QUANDO L’ATTACCAMENTO SI TRASFORMA IN UN DEMONE

 

Come abbiamo visto, la compagnia del partner può essere vista come una droga che ci dà momentanee sensazioni di beatitudine e di aperture del cuore.

Tuttavia, è logico che se il partner viene a mancare, la droga finisce e la crisi di astinenza sopraggiunge, portandoci di nuovo soli con i nostri vuoti e i nostri irrisolti da risolvere.

Ma è anche vero che quando un drogato entra in crisi di astinenza è capace di fare tutto. Rubare l’oro dei suoi cari, vendere il suo corpo, oppure giungere alla violenza e ad azioni sconsiderate pur di comprare le sue dosi.

State capendo dove voglio andare?

Che se si sente parlare di persone che compiono pazzie contro il loro oramai ex-partner è perché la crisi di astinenza ha raggiunto livelli talmente insostenibili da per perdere ogni barlume di razionalità e lasciarsi travolgere dai lati peggiori del loro materiale ombra.

Con questo non voglio giustificare nessun atto disumano, ma semplicemente donare consapevolezza a coloro che leggono queste parole e spiegare il motivo per la quale alcune persone finiscono per compiere atti disumani verso persone che, a detto loro, amavano.

 

IN CONCLUSIONE…L’ATTACCAMENTO

 

In conclusione, l’attaccamento malato avvelena l’Anima, la corrode internamente.

Questo perché più ci si aggrappa alle cose esterne, tanto più si perde il contatto con sé stessi.

Se si è occupati ad annaffiare solo le piante esteriori, come si può coltivare quelle interiori?

E’ un discorso di bilanciamento energetico, non ci può essere equilibrio laddove c’è eccesso.
Solo entrando dentro sé stessi e guarendo le ferite interiori è possibile assaporare la vera libertà personale e divenire allo stesso tempo sceneggiatori e attori della propria vita.
Altrimenti saremo solo degli schiavi che si stanno convincendo di essere padroni di sé stessi. Una vita vissuta nell’illusione di essere qualcosa che non si è veramente.
Riccardo Ciattini

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